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Giugno 2014 - Arriva il BioGolf

A venticinque anni esatti di distanza dalla prima manifestazione di serio interesse da parte del mondo del golf nei confronti delle problematiche ambientali, forse un grande risultato storico è alle porte. La cautela è sempre doverosa quando si tratta di accordi tra grandi organizzazioni e le sorprese dell'ultima ora sempre possibili quando si affrontano tematiche che vedono coinvolto lo sport, il golf appunto, ma soprattutto l'ambiente e l'economia turistica del nostro paese. Comunque siamo vicini alla conclusione dell'impegno che il tavolo di lavoro si è preso nel gennaio di quest'anno. Grazie all'ospitalità dell'Istituto per il Credito Sportivo nella persona di Carlo Manca e grazie ovviamente alla fattiva partecipazione di tutti gli intervenuti, siamo in dirittura finale per presentare pubblicamente, probabilmente nel corso del prossimo mese di settembre, il protocollo definitivo del progetto BioGolf, un nuovo modo per intendere lo sviluppo del golf in Italia. Ci sarà modo, al momento della diffusione del protocollo, di discutere più nel dettaglio le linee guida che hanno ispirato il progetto. Si vuole in questa sede invece riprendere un concetto già più volte espresso, ma che vede le dirigenze golfistiche, ma soprattutto quelle che gestiscono il territorio e le economie locali, ancora poco reattive e relativamente interessate. Si tratta in pratica di dare risposte concrete ad interrogativi che da tempo i settori più avanzati della società: tecnici del settore dotati di progettualità, dirigenti sportivi illuminati, ambientalisti concreti e di buon senso, amministratori locali capaci e industriosi pongono ormai con insistente ripetività. Come immaginiamo il futuro del nostro golf? Siamo pronti ad affrontare le sfide sportive, economiche, ambientali che il terzo millennio ci pone giornalmente di fronte? Vediamo di fornire alcune risposte, magari non le più esaudienti, nè forse le più complete, ma che ci possono fornire un progetto concreto di sviluppo.Sotto il profilo strettamente golfistico sappiamo bene di vivere giorni assai grami. Estrapolando i dati statistici forniti dalla FIG, il 2014 ci accoglie con un 9,43 % di golfisti in meno rispetto al 2012, ma soprattutto con un desolante 13° posto in ambito europeo, superati da paesi quali Svezia, Olanda, Spagna, Austria, Danimarca, Finlanda, Norvegia, per non parlare di Irlanda e Scozia, tutte nazioni con numero di abitanti nettamente inferiore al nostro. Con 238 impianti (esclusi campi pratica e promozionali) siamo all'ottavo posto in Europa, e dal punto di vista del rapporto tra tesserati e impianti con 222 tesserati/campo scivoliamo addirittura al 18° posto, superati persino dall'Islanda. Se poi confrontiamo i dati 2013 con i precedenti del 2012, lasso di tempo nel quale l'Italia ha subito un decremento di circa un 3% dei propri tesserati, scopriamo che il nostro paese è al 15° posto in Europa e che i primi 10 posti sono occupati da nazioni che hanno ricominciato a crescere sotto il profilo dei nuovi adepti golfisti. D'accordo la crisi economica, che certamente ha colpito più il nostro bel paese che altre nazioni del continente, ma siamo di fronte a numeri preoccupanti che ci devono far riflettere e probabilmente immaginare nuove idee e strategie. Occorre infatti rendersi conto che siamo di fronte ad una crisi che è strutturale e di conseguenza occorrono rimedi sotto il profilo dell' offerta, della qualità, della tipologia e della localizzazione della nostra impiantistica.Nonostante la ridotta occupazione dei nostri campi (vedi statistica sopra citata) siamo in fatti nella necessità di realizzare comunque nuovi impianti ed il motivo di questo apparaente paradosso è assai semplice: il prodotto che siamo attualmente in grado di offrire non soddisfa le attuali richieste della potenziale clientela golfistica. Quest'ultima infatti tende ad indirizzarsi (salvo ovviamente sempre possibili eccezioni) su impianti urbani a basso costo di esercizio (mercato italiano) e su complessi turistici che devono fare della qualità, ma anche della progettualità globale il loro punto di forza (mercato locale ed internazionale). Chi bene conosce il mondo autoctono del golf non può non rendersi conto che una congrua parte dei nostri impianti soffra di carenze determinanti sotto l'aspetto della localizzazione geografica, dell'insufficiente bacino di utenza e spesso con target di potenziali fruitori non correlato allo standard qualitativo offerto. Queste strutture golfistiche "nate sbagliate" sono obiettivamente ardue da salvare se non a prezzo di ulteriori cospicui investimenti dal ritorno incerto e di difficile quantificazione. Tali iniziative, per decenni (fin dagli anni cinquanta del secolo scorso) hanno monopolizzato la crescita del nostro sport, tanto da restituire al mondo esterno una immagine del golf legata alla speculazione immobiliare (il golf fa vendere le case...) oppure al resort di superlusso destinato ad un turismo di prestigio, senza rendersi conto che in questo settore la concorrenza andalusa piuttosto che dell'Algarve, dell'Egitto, della Turchia e della stessa Costa Azzura, è in grado di praticare prezzi assai più bassi ed offrire molto di più. Questo vecchio modo di intendere lo sviluppo del nostro golf da parte della quasi totalità delle nostre dirigenze e dei nostri imprenditori ha, di fatto, cristallizzato il settore e questa sclerotizzazione ha impedito la nascita di nuove idee, progetti e innovazioni che da tempo sono in corso di sperimentazione del mondo golfistico avanzato. L'incapacità poi tutta italiana di "fare sistema", cioè di programmare nel tempo e nei luoghi, la realizzazione di nuove strutture, attraverso una concertazione che possa vedere impegnate tutte le parti coinvolte (dalle amministrazioni locali agli imprenditori, dalle dirigenze golfistiche al mondo ambientalista), ci fa trovare assolutamente impreparati quando il mercato volge al peggio e la crisi soffoca investimenti e iniziative. Quanto esposto sopra ha poi naturalmente favorito una forte contrapposizione da parte di tutti coloro che vedono nella difesa e salvaguardia dell'ambiente uno strumento determinante per la crescita economica, la difesa del territorio e lo sviluppo del turismo. Si viene così a creare un'altro incredibile paradosso: proprio il golf, che "consuma" il territorio in modo assai più rispettoso di qualsiasi altra attività del genere umano, viene identificato come un grimaldello per la cementificazione e l'impermeabilizzazione dei suoli oltre che per la speculazione pronta cassa. Uscire da una situazione così descritta è certamente non facile e richiede grande apertura ed elasticità mentale da parte di tutti i settori coinvolti. Anzitutto evitare di tacciare come visionari coloro che propongono progettualità più avanzate, ma soprattutto accettare il fatto che un sistema di sviluppo del nostro golf, quello che ci ha fin qui accompagnato, è fallito e che occorra finalmente lasciare spazio a nuove idee, nuove persone, nuove proposte. BioGolf è, appunto, una proposta in tal senso ed intende coniugare la sostenibilità economica di una iniziativa golfistica con la sua altrettanto importante sostenibilità ambientale. Da questo connubio può nascere un modello di sviluppo del gioco del golf più rispondente alle esigenze di difesa del territorio, di incremento delle entrate legate al flusso turistico, di allargamento della base di utenti e degli appassionati di questo sport. Siamo sognatori? Ci nutritiamo di progetti impossibili? Ci culliamo con visioni irreali? Forse...Ma se è per questo senza Fosbury oggi non si salterebbe al contrario, senza Gagarin non ci sarebbe stata la "conquista della luna" , senza Bill Gates e Steve Jobs il mondo non sarebbe migliore o peggiore, ma sicuramente diverso. Tutti visionari appunto.
Green in sabbia.JPG Un green in sabbia al Golf Club Brioni - Istria
Gennaio 2014 - Un futuro biologico per i campi da golf italiani?

Era luglio del 1969, le prime luci dell'alba di una domenica che si annunciava soffocante, illuminavano il ragazzetto che si apprestava al tee shot della uno delle terze nove da "La Mandria", come allora veniva chiamato il Golf Torino. Lo attendeva una gara massacrante, la Coppa Maratoneta, 54 buche medal in una sola giornata, e, per inciso, la prima gara di golf della sua vita. Lui non lo sapeva, ma stava per vivere una giornata nel futuro, un assaggio di quello che il golf italiano potrebbe diventare in un arco di tempo molto prossimo. Il golf degli anni sessanta, era sicuramente un golf di pionieri, ma non tanto per le palline arcaiche che si usavano (però le B51...) nè per i bastoni primitivi che pretendevano dal golfista sempre il colpo perfetto, pena i safari boschivi o le immersioni nei corsi d'acqua. Per non parlare poi della assurda regola che prevedeva di giocare la pallina dove si trovava, senza, udite, udite, piazzarla mai, neanche in presenza dei solchi delle ruote artigliate del trattore. Le poche volte che si poteva, la palla veniva droppata dalla spalla ed i golf car li si vedeva solo nei film di 007, quando Bond non poteva essere che Sean Connery e nessun altro. Era un golf pionieristico soprattutto sotto il profilo manutentivo del tappeto, nonostante nel caso citato del Golf Torino, il percorso poteva contare su un Greenkeeper come Attilio Filippi, uno dei primi Periti Agrari d'Italia e che della Mandria conosceva letteralmente ogni filo d'erba. Tanto per riassumere per i meno pratici: nessun controllo con diserbanti per le erbe infestanti quali il pabio, limitatissimi interventi di controllo per la malattie fungine, rugiada su tutto il tappeto (anche sui greens...e lo Stimpmeter non si sapeva neanche cosa fosse), tagli infrequenti e di non eccelsa qualità visto che l'uso dei macchinari autoportati era molto di là da venire. Il lie della palla una casualità intrinseca del gioco e i rough degni di Livingston all'incontro con Stanley. Insomma, parliamoci chiaro, in quelle condizioni di gioco, tra attrezzatura e condizioni del tappeto erboso, un golfista del terzo millennio non solo avrebbe preteso il rimborso del green fee, ma probabilmente, se proprio non fosse riuscito a fare a meno di bastoni e palline, avrebbe trovato nell'Hockey su prato l'amore della sua vita. Eppure anche negli anni Sessanta in Italia si disputavano Campionati dilettanti, Open di professionisti, Gare di circolo, partite tra amici, si battevano record del campo, si giocava, sembrerà strano e forse impossibile per l'ipertecnologico utente dei giorni nostri, comunque a golf. Questa premessa è d'obbligo se si vuole cominciare a ragionare senza pregiudizi sul futuro golfistico che ci aspetta, un futuro che, a dispetto di parole di circostanza, non può che essere fortemente in dubbio. Oggi infatti il mondo del golf italiano, e più in generale quello dei tappeti erbosi, soffre di una grave crisi. Azzerate le nuove iniziative, gli impianti esistenti utilizzano sempre minori risorse per la cura e la manutenzione dei loro manti erbosi. In parallelo alla diminuzione di budget, i cambiamenti climatici in atto, (ricordiamo a tutti il fenomeno della tropicalizzazione del Mediterraneo), uniti ad una maggiore attenzione alle problematiche ambientali posta dagli utenti, dalla legislazione ambientale, dai mezzi di comunicazione nonché ovviamente dalle Organizzazioni che operano a difesa dell'ambiente, pongono seri interrogativi sul futuro del tappeto erboso nel nostro paese. Il Che Fare? di Leniniana memoria si ripropone con forza per tutti coloro ancora interessati al fatto che nel nostro paese si possa continuare a giocare a golf. Ma le risposte ad una crisi economica devastante, negata per anni, e poi riconosciuta tale solo quando poteva essere troppo tardi per porvi rimedio, dipendono in minima parte dal movimento golfistico. Certo può essere utile avere le idee chiare, capire quali strade gestionali possano intraprendere i circoli per ridurre l'impatto di una forte riduzione di incassi. Può essere utile ad esempio rendersi conto che non esiste una ricetta che funzioni per tutte le situazioni e che non tutto può essere salvato. Un congruo numero di impianti di golf, già nati privi di potenzialità (per ragioni geografiche, bacino di utenza, conformazione del territorio), frutto di iniziative non programmate ed estemporanee, con gravi lacune di progettazione e di costruzione e per lo più gestiti al limite dell'amatorialità, non si vede come possano sopravvivere senza che avvengano profondi e totali cambiamenti al loro interno e senza serie e consistenti perdite economiche. A questi impianti, privi di risorse potenziali, non possiamo certo affidare il futuro del nostro golf. Può essere molto cinico e poco solidale dirlo, perché questo significa preoccupare ulteriormente non solo golfisti, ma soprattutto posti di lavoro, ma soluzioni immediate per tali situazioni non paiono scrutabili all'orizzonte.Per quanto concerne gli "altri" percorsi di golf, quelli frutto di iniziative più ragionate e, come tali, più probabilmente in grado di avere numeri per affrontare magari non il domani, ma forse il dopodomani, l'analisi della crisi, oltre alla coscienza della grave situazione economica, deve poter implicare la consapevolezza degli errori commessi, nonché la necessità di trovare una nuova strada, che, in attesa di un miglioramento dell'economia generale, possa venire incontro alle sempre più pressanti richieste poste dalle stesse tematiche ambientali. La nuova strada potrebbe infatti essere proprio quella di sposare un serio impegno a favore dell'ambiente con lo sviluppo dei nuovi impianti. A febbraio dell'anno scorso avemmo modo di scrivere ("Quale futuro per il golf italiano?" - www.crocegolf.it ) che il golf poteva rappresentare una importante, sia pure non l'unica, barriera al partito bipolare del cemento, l'unico realmente bipartisan, che, in attesa di tempi migliori, sta scaldando le ruspe per proporre un nuovo e forse definitivo sacco edilizio nel nostro paese. Scrivemmo che, a fronte della scomparsa di 230.000 ettari l'anno (fonte WWF), a fronte del collasso ambientale che ci attende causa la devastante impermeabilizzazione dei suoli (sotto gli occhi di tutti i disastri e le emergenze sul nostro territorio alla prima goccia d'acqua), il golf può rappresentare un utile strumento atto ad arginare la colata cementizia ulteriormente in arrivo. Questa proposta è sempre più attuale e ancora decisamente praticabile. Confidando che non sia troppo tardi, il mondo del golf potrebbe rendersi conto che il rispetto dell'ambiente e della salute dei golfisti praticanti, sarà l'unica via di uscita da una situazione sempre più drammatica e difficile. Questa "exit strategy" è al momento condivisa solo da pochi pionieri del golf ambientale. Ciò in quanto interessi personali, ignoranza dei problemi, carenza di informazioni, o semplicemente tanta superficialità, costituiscono una complicata barriera alla diffusione e alla promozione della cosiddetta "opzione zero", cioè la possibilità di condurre una manutenzione del tappeto erboso senza l'apporto di alcun prodotto chimico (siano essi concimi o fitofarmaci) raggiungendo l'obiettivo di una conduzione biologica 100% dei manti erbosi.L'"opzione zero", unita ad una accurata selezione delle essenze da impiegare, può essere la soluzione definitiva agli ostacoli che sempre più si incontrano al momento di predisporre e pianificare nuove iniziative. Tale proposta, ben vista dalle Amministrazioni pubbliche e dalle Organizzazioni ambientaliste, e tutto sommato tacitamente appoggiata da tutti gli utenti del tappeto erboso più sensibili e più attenti alla propria salute e alla difesa e conservazione dell'ambiente, deve comunque far parte di un piano più ampio all'interno del quale, la progettazione e la costruzione di un percorso di golf, o anche di un semplice tappeto erboso, deve essere intesa come un completamento ed una integrazione dell'ambiente circostante e non come una violenza allo stesso. Il BioGolf del resto è una realtà già in alcuni paesi europei, quali Danimarca (divieto totale di uso di fitofarmaci), Svezia e Norvegia (forte limitazione nell'uso dei fitofarmaci), Olanda (stop assoluto all'uso dei fitofarmaci entro il 2017, stabilito unilateralmente dalla stessa federazione golf olandese). In Italia si rimane in attesa del PAN, il Piano di Azione Nazionale, elaborato dal Ministero Agricoltura e Foreste, per capire quali saranno i limiti che si vorranno imporre agli agenti chimici sui tappeti erbosi. Entro il 2015 dovrà arrivare una risposta ed i relativi provvedimenti in merito. Se però il movimento golfistico non anticiperà i tempi e si preparerà per tempo ad un futuro meno chimicamente invasivo, continuerà, come sempre ha fatto, ad inseguire le problematiche e le soluzioni dell'ultimo minuto, anzichè elaborare una propria strategia funzionale ed un conseguente piano di intervento. Il BioGolf del resto esisteva già in una qualche forma nel nostro paese, ed è già stato parte integrante del nostro golf appunto negli anni a partire dal secondo dopoguerra. Ma non possiamo dimenticare che il golf biologico si pratica ad Albisola, sul percorso della Filanda dal 2005, quando all'apertura del percorso, venne imposto l'obbligo di evitare prodotti chimici di sintesi allo scopo di preservare le sorgenti dell'acquedotto presenti sul percorso.Il BioGolf dunque può essere una proposta vincente per il golf del futuro anche nel nostro paese. Il golf italiano, e la Federazione che lo guida, dovrebbero fare di questa proposta uno spot promozionale sul quale impostare una convincente campagna per realizzare nuovi impianti a bassi costi di gestione, per avvicinare al tappeto erboso privo di veleni non solo nuovi utenti e appassionati, ma anche parte di coloro i quali in tutte le sedi possibili hanno sparato ad alzo zero sullo sport dei ricchi, sulla devastazione del territorio, sugli inquinamenti di falde di suoli e di atmosfera. Sotto il profilo costruttivo il disciplinare del BioGolf è estremamente semplice e può essere contenuto in poche righe. In pratica tutti i nuovi campi dovranno rispondere a due tipologie generali: Impianti turistici, siti preferibilmente, ma non necessariamente in luoghi geografici ad alta vocazione turistica, e Impianti a basso costo di gestione, tendenzialmente, ma non necessariamente situati in ambiti urbani o comunque aventi un adeguato bacino di utenza.Impianti turisticiL'impianto turistico dovrà essere costituito da almeno un percorso regolamentare a 18 buche con annessa una struttura di supporto per garantire una sostenibilità economica. Tale struttura, cosi come il vero e proprio percorso di gioco, non potrà che essere progettata, costruita e gestita secondo i canoni della ecocompatibilità e quindi non potrà che essere "leggera" dal punto di vista dell'impatto:nessuna seconda casa (impossibilità di variare la destinazione d'uso);volumetrie di ricezione turistico – alberghiera estremamente contenute, max 200 posti letto, sfruttabili per 12 mesi l'anno; in alternativa, (ma da considerarsi opzione preferenziale) accordi per il riutilizzo di strutture già esistenti e sottoutilizzate;tipologia di offerta che interessi adeguatamente tutte le possibilità di spesa dei potenziali utenti (non solo quindi strutture di lusso elevato, ma buona parte aventi 3 o 4 stelle);progettazione e costruzione secondo rigidi principi di ecocompatibilità e secondo le linee guida ambientali definite a livello europeo e discusse in ambito nazionale con le principali organizzazioni a difesa dell'ambiente;progettazione, costruzione e gestione della struttura, secondo i più avanzati canoni di risparmio energetico;realizzazione di tappeti erbosi in essenze macroterme ovunque possibile (unico reale fattore limitante l'ombreggiamento)gestione del percorso di gioco secondo il protocollo del BioGolf®, che prevede l'impiego di fertilizzanti naturali organici e di prodotti biologici per il controllo di infestanti, insetti e malattie fungine, di prodotti disabituanti biologici e di prodotti repellenti biologici. Giova a questo punto ricordare che strutture di questo tipo, contrariamente a quanto realizzato sinora, siano le uniche che permettano di associare ad evidenti benefici effetti (flusso economico costante per 12 mesi l'anno, posti di lavori stabili e non legati alla stagionalità, creazione di un indotto permanente e non limitato al mese di agosto, ecc) anche importanti positività ambientali chemigliorano l'immagine del gioco del golf nel suo complesso (percorso di golf = piccole volumetrie = creazione di una economia stanziale) contrastando in modo vincente l'attuale paradossale assiomapercorso di golf = colata di cemento.Impianti a basso costo di gestione Tale tipologia di impianti dovranno invece probabilmente rispondere ai seguenti requisiti:dimensionamento sufficiente alla sola realizzazione del percorso di golf (possibilmente a 18 buche eventualmente a 9 buche);progettazione e costruzione del percorso di gioco secondo rigidi principi di ecocompatibilità e secondo le linee guida ambientali definite a livello europeo e discusse in ambito nazionale con le principali organizzazioni a difesa dell'ambiente;gestione del percorso di gioco secondo il protocollo del BioGolf, che prevede l'impiego di fertilizzanti naturali organici e di prodotti biologici per il controllo di infestanti, insetti e malattie fungine, di prodotti disabituanti biologici e di prodotti repellenti biologici. realizzazione di tappeti erbosi in essenze macroterme ovunque possibile (unico reale fattore limitante l'ombreggiamento)agile e funzionale Club House a supporto con progettazione, costruzione e gestione secondo i più avanzati canoni di risparmio energetico;obbligatorietà di formazione di una scuola di golf aperta a tutti (modalità da definire).Per quanto riguarda la gestione degli impianti esistenti il BioGolf deve considerarsi come un sistema integrato in cui avvenga una esaltazione delle operazioni agronomiche quali le aerificazioni (carotature, chiodature, forconature, ecc) unita ad una somministrazione di soli prodotti organici naturali quali fertilizzanti e fitosanitari. Certo questo comporta la necessità di una maggiore preparazione specifica dei tecnici addetti, una maggiore sensibilità da parte degli utenti e tanta pazienza da parte di tutti. In pratica si dovrà essere più bravi e tecnologici di quanto non lo siamo stati finora. Ma, se ci si pensa bene, tutto questo lo si faceva già negli anni 60 e, per chi li ha vissuti, non si stava poi così male...Per la cronaca, il ragazzetto delle prime righe vinse la gara, scese di 4 colpi di hcp e si apprestava ad intraprendere una brevissima e poco fortunata mini carriera agonistica. Certo non aveva grandi sogni, nè grandi aspettative, però non poteva certo immaginare che di lui si sarebbe riparlato solo 43 anni più tardi. Ma questa è un'altra storia...
Palla d'Oro 1969.JPG Palla d'Oro 1969 - Gara Ufficiale FIG
Settembre 2013 - Le verdi tappe del Golf

"Ho ascoltato un autentico sciocchezzaio contro il golf, una intera giornata di pregiudizi e luoghi comuni...comunque non ci sentiamo certo imputati, ma protagonisti attivi di benefici anche per l'ambiente". Era il 1989 ed un amareggiato Alberto Mascherpa, Consigliere FIG, ma soprattutto uomo di grande cultura e progettualità, mi forniva, quasi controvoglia, un sintetico resoconto del primo incontro, richiesto dal mondo del golf, con il settore ambientalista del nostro paese. Il convegno: "Ambiente, Ecologia e campi da golf" si tenne a Milano esattamente 25 anni fa, e, storicamente, è da ritenersi il primo vero momento di confronto tra il golf e l'arcipelago ambientalista, come veniva definito allora, Tale esordio comunicativo non fu certo beneaugurante e rappresentò in qualche modo l'inizio di un rapporto il più delle volte conflittuale, contrastato, ma anche, sia pure occasionalmente, collaborativo. Solo negli ultimi anni esso è andato assumendo toni più sfumati, scemando ormai nella maggior parte dei casi in una più gestibile diffidenza. In quegli anni, tra la fine degli ottanta ed i primi anni novanta, i nostri interlocutori avevano poca voglia di "sporcarsi" le mani con il golf ed in genere la risposta standard ai nostri tentativi di approccio comunicativo era del tipo:"...adesso siamo molti impegnati, magari ne possiamo riparlare..."Non mancavano però personaggi i quali, sia pur molto criticamente, avevano in qualche modo accettato un inizio di dialogo e concesso interviste al nostro mensile:" Il Giornale del Golf" edito dalla FIG. Tra questi Chicco Testa, all'epoca Presidente Nazionale di Legambiente; Anna Melone, sempre di Legambiente; Anna Donati, Deputato del Gruppo Verde; Staffan De Mistura all'epoca Segretario generale del WWF Nazionale; Paolo Gentilomo, Direttore di Nuova Ecologia, Alberto Ferruzzi Presidente della Sezione milanese di Italia Nostra. Nasceva nel frattempo la Green Section della FIG (o per meglio dire la Sezione Tappeti Erbosi) fortemente voluta da Roberto Rivetti e caldamente appoggiata sempre da Alberto Mascherpa. Questo consentì di acquisire un consistente patrimonio di informazioni e conoscenze tecniche nel settore e conseguentemente ci permise (il sottoscritto e pochi altri) di misurarci anche a livello internazionale sulle problematiche legate ai rapporti fra golf e ambiente. Vi furono i primi incontri organizzati dalla PGA Europea a Penina in Algarve (1991 e 1992), ma con troppo golf e poco ambiente per risultare significativi e qualche timido contatto federale con Ermete Realacci successore di Chicco Testa alla guida di Legambiente. Sinceramente ancora poco per fare chiarezza sulle sempre più numerose questioni ambientali sollevate a carico del golf. Una svolta importante si ebbe con Roberto Livraghi. Conquistata la Presidenza FIG ed ottenuta la Vice Presidenza dell'E.G.A. (European Golf Association), l'associazione che raggruppa le Federazioni di golf europee, Livraghi volle una presenza italiana all'interno della nascente E.G.A. Ecology Unit. Era il 1994 e, per la prima volta in campo europeo, il mondo del golf si occupava ufficialmente di ambiente. A guida del gruppo di tecnici fu posto un ambientalista inglese, il quale, grazie alle esperienze di lavoro in Belgio, parlava un perfetto francese. Ma il bilinguismo di David Stubbs non era la sua sola atout. Abile organizzatore, capace motivatore ed appassionato del proprio lavoro David fu il deus ex machina dell'unità ecologica, una fucina di idee e di progetti che in poco tempo divennero consolidata realtà. Tutti noi, componenti dell'unità proveniente da ogni paese d'Europa, dovemmo molto a David e alla sua efficienza e, per molti di noi, il suo sapere nel settore fu di grande stimolo per le nostre allora esigue conoscenze. Con Stubbs e un altro inglese, per combinazione anche lui bilingue, Jeremy Pern avemmo poi in seguito bellissime esperienze di lavoro in Egitto e a Mauritius, ma quella è un'altra storia... Il lavoro di quegli anni, concentrato in meetings di lavoro a Bruxelles, residenza di Jo Schatten della Federazione Belga e Chairman del gruppo, fu di grande portata, , ma probabilmente senza l'incondizionato appoggio di Jaime Ortiz Patino, per noi semplice collega di meetings, ma nel contempo patron di Valderrama, membro del Golf Course Committee di St Andrews, e naturalmente anche appassionato golfista, forse l'Ecology Unit non si sarebbe evoluta in qualcosa di diverso e di più ambizioso. Ricco come Creso, Jimmy così veniva amichevolmente chiamato, era uomo di rara intelligenza e cultura, e fu in buona parte grazie a lui che David Stubbs emancipò in seguito il suo rapporto con l'E.G.A. e diede vita ad una struttura operativa indipendente dalle principali organizzazioni golfistiche (St. Andrews, EGA, Federazioni nazionali). Committed to Green, fu inizialmente solo un piano di manutenzione ambientale del tappeto erboso per i percorsi di golf. La sua definizione si ebbe nel 1997 al Le Golf National a Parigi e venne perfezionato con successivi incontri ad Amsterdam e a Villamoura (Algarve). Il programma era molto ambizioso in ricalcava in parte, con adattamenti alla realtà europea, l'analogo programma di certificazione ambientale della Audubon Society, operante negli States da decenni. Nel frattempo in Italia cominciavamo a muoverci, ad uscire dal nostro guscio, ad alimentare nuovi canali comunicativi, da sempre nostro tallone d'achille. Nel 1996 ad esempio, nell'ambito della Commissione Impianti, presieduta sempre da Roberto Rivetti, si diede vita al gruppo di lavoro Golf & Ambiente, che coinvolse per la prima volta docenti universitari, progettisti di campi da golf, colleghi Superintendents, su una indagine di vasta portata all'interno dei club golfistici italiani. A Taormina, nel 1997, venne organizzato un importante Workshop in cui fu presentato un modello di percorso di golf ecocompatibile e cominciammo anche, all'interno della Green Section, a cercare confronti e dialoghi con il mondo arcobaleno italiano. Ancora nello stesso anno a Valderrama, in occasione della Ryder Cup ed in presenza di Jacques Santer, allora Presidente della Commissione Europea, vi fu il lancio internazionale della Committed to Green Foundation e del relativo programma di certificazione. CtG Foundation venne concepita quale associazione senza fini di lucro preposta alla certificazione ambientale dei percorsi di golf europei. Nel 1998 fu organizzato l'Open Europeo di Birdwatching e l'Italia, con solo pochi siti e nessuno in Sardegna (territorio di grande rilievo in questo settore) si classificò seconda dietro alla Spagna. L'anno dopo, nel 1999, ancora a Valderrama (Patino in fondo non era poi un componente così comune del gruppo...) in occasione di un incontro tra scienziati europei e americani impegnati nella ricerca sul tappeto erboso, vi fu la pubblicazione e diffusione di quella che passò alla storia golfistica sotto il nome di: "Valderrama Declaration". Il documento, che vedeva nel golf un importante strumento di sviluppo sostenibile, fu firmato dai principali movimenti golfistici del globo (USGA, R&A, EGA) e dalle principali organizzazioni mondiali in materia di sport e di ambiente: WWF Internazionale, CIO (Comitato Olimpico Internazionale), UNEP (United Nation Environmental Programme) e GEEC (General Environment European Commission). Sempre nel 1999, ma questa volta in Italia, fu finalmente reso pubblico il lavoro svolto nei tre anni precedenti dal gruppo di lavoro Golf & Ambiente. I due opuscoli rispettivamente intitolati:" La Costruzione ecocompatibile dei percorsi di golf italiani" e "La manutenzione ecocompatibile dei percorsi di golf italiani", pur essendo ormai datati, sono pur sempre parte integrante della nostra storia e testimoni silenti del nostro impegno a favore dell'ambiente.Committed to Green, in italiano Impegnati nel Verde, emanò il primo vagito nel bel paese ad inizio del 2000, quando fu deciso dalla FIG di associare alla Commissione Impianti, che nel frattempo era stata affidata ad Antonio Bozzi, altro Consigliere Federale, anche compiti relativi alle problematiche ambientali. Si partì con l'avvalersi della collaborazione di due giovani ed appassionate esperte di ambiente, Sabrina Verde, naturalista specializzata nella vegetazione e Marta Visentin naturalista specializzata in ornitologia. Lo sforzo finanziario della FIG si fermò però qui e per l'avvio del progetto il sottoscritto si diede alla ricerca di sponsors e partners commerciali. La caccia ebbe un successo al di là delle aspettative tanto da coinvolgere grandi marchi (un esempio per tutti la Toro Americana). Nel 2000 venne organizzato al Centro Tecnico Federale un grande meeting di tutti i tecnici CtG. In quell'occasione lanciammo l'idea di un Centro di studio Mediterraneo sul tappeto erboso, con importanti risvolti nel settore della ricerca ambientale. Raccogliemmo adesioni favorevoli di Spagna, Portogallo, Grecia e Slovenia, il solito Patino si dimostrò ben disposto al progetto, ma il nostro entusiasmo si scontrò con l'indifferenza più totale del nuovo Presidente FIG Giorgio Fossa. Fortunatamente il suo fu un regno più breve del passaggio di una meteora e quantomeno il progetto CtG riprese quota. Verona e Carimate e successivamente Barlassina furono i primi tre Golf Club a fregiarsi del titolo di Impegnato nel Verde ottenendo così la bandierina verde europea. In ambito Green Section ci venne poi l'idea di utilizzare un gruppo di esperti italiani in grado di fare verifiche tecniche prima di inviare la pratica di certificazione a livello europeo. Nacque così il Comitato Tecnico Scientifico, tuttora operante sia pure per altre incarichi e composto da Franco Ajmone Marsan dell'Università di Torino, Alberto Fanfani dell'Università La Sapienza di Roma, Maria Lodovica Gullino dell'Università di Torino, Alberto Minelli dell'Università di Bologna e Fabio Veronesi dell'Università di Perugia. In seguito però, anche a causa del sempre più ridotto budget federale a disposizione, il progetto InV si arenò impaludandosi nell'indifferenza un po' di tutti. Anche a livello internazionale le cose non andavano bene, la Committed to Green Foundation entrò in rotta di collisione con le organizzazioni golfistiche, in particolare R&A, nel tentativo di mantenere la sua credibilità di ente indipendente. Jimmy Patino si dimise dal suo importante ruolo di membro del Golf Course Committee di R & A, e questo in un certo senso fu utile a noi italiani perché il suo posto venne preso da Stefano Manca, allora, come adesso, Segretario Generale della FIG. Poiché Londra si era nel mentre aggiudicata le Olimpiadi 2012, David Stubbs fu attratto dalle sirene del Tamigi e di fronte all'offerta di occuparsi della divisione ambiente dei Giochi Olimpici (nei quali aveva già avuto una esperienza nel 2000 a Sydney) non seppe resistere. Anche il sottoscritto non resistette all'idea di muoversi con maggiore autonomia rispetto all'ingessata attività federale e lasciò la Fig nel 2004 confidando però di poter dare comunque il proprio apporto di esperienza e passione anche da una posizione più defilata. Non fu proprio così, ma anche questa è un'altra storia...L'anno successivo Impegnati nel Verde, si trasformò in un riconoscimento ambientale dato dalla FIG ai Golf Club meritevoli di menzione per la loro opera in campo ambientale. Tale riconoscimento è attivo ancora oggi, grazie all'opera encomiabile di Alessandro De Luca, Massimo Mocioni e del nuovo acquisto Stefano Boni.Solo nel 2005 a livello europeo si cercò di risorgere dalle ceneri di CtG e su iniziativa di Jonathan Smith (collega di tanti meetings precedenti) demmo vita ad Amsterdam alla Golf Environment Europe in arte GEE. Toni Bozzi venne cooptato nella Foundation a sostegno della organizzazione. Anche quelli furono anni di entusiasmi ed aspettative, si lavorò duramente in meetings e redazioni di documenti, ma, contrariamente a quanto avvenuto con David Stubbs, Jonathan si dimostrò più a suo agio nell'intrecciare rapporti e contatti con R&A, assicurando in un certo senso un futuro migliore alla propria organizzazione. A Pisa nel 2008, presso il GC Cosmopolitan, vi fu un importante incontro di studio e confronto tra tutti i tecnici. In quell'occasione per la prima volta si sperimentò in concreto la metodologia per guidare un percorso alla certificazione internazionale. In quel frangente poi la predetta organizzazione mutò il proprio nome in Golf Environment Organisation con l'obiettivo di estendere la propria influenza a livello globale e non solo continentale. Oggi GEO è una realtà mondiale consolidata, con un Consiglio Direttivo nel quale Toni Bozzi siede a rappresentanza italiana e nel quale il sottoscritto, insieme a Marta Visentin, continua la sua attività in campo ambientale quale GEOSA (Golf Environment Organisation Sustainability Associates) un ruolo con il quale si fornisce assistenza tecnica ai Club interessati alla Certificazione Ambientale e dei quali si verifica la candidabilità alla Certificazione. Con il medesimo entusiasmo e passione del 1989 e con il medesimo ruolo di semplice tecnico, nonostante la veneranda età, ci riproviamo a distanza di 25 anni e dopo un misero fallimento nel 2011 , con lo stesso spirito collaborativo di sempre, a dialogare ancora una volta per il bene del golf. Ci sono buone premesse e sull'andamento del primo incontro con i rappresentanti delle maggiori organizzazioni ambientaliste italiane vi terremo aggiornati.
Realacci.JPG Un intervista a Ermete Realacci, Presidente di Legambiente nel 1994
Settembre 2013 - La scomparsa di Roberto Rivetti

Di uomini così si è perso lo stampo. Tra la quasi totale indifferenza del mondo del golf, Roberto Rivetti, ma per me da sempre:"l'Ingegnere", se ne è andato a settembre a Milano, dopo un lungo periodo di travagliata malattia vissuto, come gli ultimi trenta anni, nella sua casa di Forte dei Marmi. Chi non lo ha mai conosciuto non può rendersi conto della forza e della grandezza umana e professionale che ha sempre dimostrato. Ma soprattutto non può comprendere il ruolo fondamentale che la sua figura ha rappresentato per la storia del golf italiano, perlomeno negli ultimi quaranta anni. Uomo di sport ed in particolare uomo di golf, l'Ingegnere ha attraversato con la stessa imperturbabile autorevolezza i decenni di svolta del nostro golf, svolta di cui ha costituito la forza motrice, nonché la guida sul campo. Il breve trafiletto che il sito web della Federgolf ha dedicato alla sua persona al momento dell'abbandono terreno, è la sintesi amara e perfetta di una vita dedicata al golf, di una autorevolezza sportiva ed organizzativa, ripagata con la marginalità dell'oblio e con la cortesia della formalità. Biellese di origine, Roberto Rivetti ha sempre mantenuto un forte legame affettivo con la sua terra di nascita, tanto da realizzare, con caparbia tenacia ed a fronte di mille difficoltà organizzative, lo splendido percorso del Golf Club Biella, di cui è stato Presidente per moltissimi anni. A metà degli anni 80, una volta tornato a ricoprire la carica di Consigliere Federale, si battè strenuamente, con il solo aiuto di Alberto Mascherpa e di Gianfranco Costa, per affiancare all'interno della Scuola Nazionale di Golf a quelli dei Professionisti, anche i corsi per Segretari e poi per Superintendents. Trovò terreno fertile in Don Peppino Silva, allora Presidente FIG, ed il progetto potè compiersi nel breve volgere di quattro anni (1986/1989). A lui in fondo si deve anche il completamento e l'ampliamento di quello che oggi viene definito il Centro Tecnico Federale. Erano anni di progettalità, di grandi speranze e forse anche di sogni. Si pensava di poter cambiare il futuro del nostro golf, abbandonando il solco della tradizione amatoriale per imporre a qualsiasi livello professionalità, impegno e grande passione. Si pensava che, affidando a tecnici preparati (Professionisti, Direttori e Superintendents) le sorti dei nostri impianti golfistici, avremmo saputo meglio affrontare le prevedibili difficoltà che l'imminente terzo millennio ci avrebbe inevitabilmente riservato. Non fummo buoni profeti, l'amatorialità riprese fiato ed oggi popola convinta i nostri percorsi di golf. Tra i suoi collaboratori, il sottoscritto, chissà poi perché, venne preso in simpatia, e per molti anni ne rimasi il principale interlocutore e probabilmente la persona a lui più vicina, familiari esclusi. Mi spedì in Texas a seguire le orme di James Beard, il massimo scienziato vivente esperto dei tappeti erbosi e mi affidò le sorti della Sezione Tappeti Erbosi della Scuola Nazionale di Golf. Ricordo quel periodo come una fucina continua di nuove idee, di proposte, ma soprattutto di grandi innovazioni. Perché Roberto Rivetti, sia pure amante delle tradizioni, è stato soprattutto un grande innovatore nel mondo del golf. A lui si deve ad esempio la particolare attenzione all'impiantistica, ed anche, insieme ad Alberto Mascherpa, una forte sensibilità alle questioni ambientali, che, a partire dal 1994, hanno accompagnato le sorti del nostro sport. Su questo aspetto si convinse si potesse giocare il futuro dello sviluppo golfistico e su questo impostò i propri comportamenti e le proprie convinzioni. Ma l'autorevolezza, l'intransigenza e la conoscenza golfistica di Rivetti divenne con il tempo troppo ingombrante e la nomina a Consigliere Onorario, ricevuta nel 1997, fu di fatto, una estromissione, consapevole o meno, dalla stanza dei bottoni. Da allora un lento, ma inesorabile oblio che lo indusse a limitare le escursioni fuori il suo rifugio versiliano, da dove, moderno Cincinnato, rimase spettatore sempre interessato delle sorti del golf nostrano. Nel 2004, al momento del mio abbandono del circo federale, quando capii che non si poteva stare in paradiso a dispetto dei Santi, fu in fondo l'unico a comprendere in profondità la portata del mio gesto ed a darmi, come spesso aveva fatto nel passato, la sua approvazione. Senza di lui il golf italiano perse allora una personalità ed una guida sicura, oggi la sua famiglia ne piange il grande uomo che è stato.
10anniscuola.JPG Roberto Rivetti nel 1999, durante la festa dei 10 anni della Scuola Nazionale di Golf, insieme a Paolo Croce, Federico Brambilla (Presidente del Circolo ospitante il GC Le Robinie), Massimo Mocioni e Alessandro De Luca.
Movimento golfistico e ambientalisti: un dialogo tra sordi?

Ho molto spesso citato l'incapacità del mondo del golf di comunicare in modo opportuno le proprie istanze e di veicolare in modo positivo benefici, valori e meriti che sono insiti nell'esercizio del nostro sport. Ho inoltre sempre creduto che parte della diffidenza con la quale il mondo ambientalista ci guarda da lontano, sia in linea di massima frutto delle difficoltà con le quali dirigenze federali e non, tecnici del settore, ma anche semplici utenti golfisti si approcciano e si relazionano con movimenti, organizzazioni, o semplici simpatizzanti che operano a favore dell'ambiente. Di tali incapacità e difficoltà ho purtroppo accumulato negli anni esempi a iosa, esempi che rappresentano una più che valida testimonianza di quanto ancora dobbiamo lavorare per essere considerati dal settore ambientalista degli interlocutori credibili e rigorosi. Ma se la capacità di autocritica e di analisi oggettiva dovrebbe rappresentare uno dei valori imprescindibili per tutti coloro che davvero operano per uno sviluppo sostenibile del mondo del golf, occorre rilevare che non dovrebbe essere considerato utopistico pretendere che anche i nostri interlocutori dimostrino che la passione che li anima non offuschi in loro analoghe doti di oggettività e di correttezza. A questo proposito sottopongo al vostro giudizio uno scambio di opinioni, avuto l'anno scorso (2012) con un blog molto attivo nell'ambito della difesa dell'ambiente e che opera principalmente in Sardegna. Il Gruppo di Intervento Giuridico (Grig) viene considerato attendibile e solitamente ben informato ed io stesso ho avuto modo di apprezzare l'equilibrio e la correttezza con le quali vengono condotte le campagne di controinformazione a favore dell'ambiente. Nonostante tali doti, potrete giudicare voi il muro di gomma con il quale mi sono scontrato e trarne le dovute conseguenze.


“Commento di Paolo Croce – 16 febbraio 2012”.

Devo purtroppo commentare che quanto riportato in merito alla pubblicazione:”European Golf Association Ecology Unit, An environmental strategy for golf in Europe, Information Press, (Oxford, 1995) è un falso. Essendo uno dei co-autori del testo ho con me la pubblicazione originale nella quale si afferma esattamente il contrario di quanto scritto nel testo del gruppo d’intervento giuridico. Così come sono false le affermazioni riguardanti i presunti 2.000 mc di acqua (potabile!) giornalieri necessari per irrigare un percorso di golf a 18 buche, per la quale si arriverebbe alla follia di 730.000 mc di acqua consumata l’anno. In realtà i dati reali ci indicano una cifra inferiore di 7 volte a quanto riportato. Vi invito a leggere :”Golf Courses and traditional crops: a comparisons of inputs” – proceedings della First European Turfgrass Conference – Pisa 2008, di cui il sottoscritto è anche qui co-autore, nel quale si evince che i consumi irrigui per ha nei percorsi di golf presi in esame sono pari alla metà delle più comuni colture agrarie della zona e superano di poco le media dei 100.000 mc/anno. Quelli di Azoto pari a un quarto, quelli di Fosforo pari a un nono, quelli di Potassio pari alla metà. Per quanto concerne i fitofarmaci: l’impiego di erbicidi è pari a meno della metà, quello di fungicidi quasi alla metà e quello di insetticidi di poco inferiore. Quindi quando si entra in argomentazioni tecniche per favore agite da tecnici, cercate di conoscere le cose di cui parlate e se non avete informazioni cercate di procurarvele senza cercare di modificare i dati a vostro piacimento solo per renderli consoni al vostro preconcetto. L’ambiente si difende per prima cosa non barando sulle informazioni, in secondo luogo in qualità di tecnici esperti del ramo e solo in terza istanza quale politici ed appassionati del settore. Siamo al punto che diventa più difficile realizzare un percorso di golf che non una speculazione edilizia e proprio la Sardegna ne è purtroppo l’esempio massimo. Non è così che si difende l’ambiente. Che poi il golf possa essere ostaggio del partito trasversale del cemento questo è un altro discorso, e sarebbe bene che si potesse sviluppare un chiarimento fra tecnici, e non fra politici, su quanto si potrebbe fare per uno sviluppo sostenibile del turismo e dello sport. Sono naturalmente a disposizione per chiunque fosse realmente interessato ad approfondire la tematica senza prevenzioni e preconcetti. Paolo Croce


“Risposta del Gruppo di Intervento Giuridico – 16 febbraio 2012”

Il riferimento alla pubblicazione da lei citata (European Golf Association Ecology Unit, An environmental strategy for golf in Europe, Information Press, Oxford, 1995) è stato tratto dalle analisi ed esercitazioni sul campo condotte dagli studenti I.U.A.V. sotto la guida del prof. V. Bettini sul progetto immobiliare situato sulle dune boscate di Is Arenas (1996). Se è errato ce ne scusiamo. Tuttavia si riferisce esclusivamente al consumo idrico stimato (2.000 ml/anno) e non si parla di acqua potabile. Del consumo idrico stimato in 2.000 mc. acqua/giorno si parla in “Il golf sostenibile per campi rispettosi dell’ambiente” (Il Corriere della Sera, 27 settembre 2011, (www.corriere.it/ambiente); in “Campi da Golf? No, grazie” (www.vasonline.it/editoriali/golf_atzori.htm); e in “Il golf non è green” (www.ecoturismoreport.it); mentre di un consumo di 1600 mc di acqua/giorno si parla in “Ambiente. Com'è verde il mio green” (www.repubblica.it) I 100.000 mc. acqua/anno da lei indicati quale consumo medio stimato di un campo da golf “nell’Italia meridionale … possono incrementare nell’ordine del 50-60% arrivando a un consumo mensile di 40.000 metri cubi. E’ interessante rilevare che la quantità d’acqua che mediamente serve per irrigare un campo da golf in una giornata estiva rappresenta l’equivalente del fabbisogno di un paese di 8.000 abitanti, nonchè l’equivalente della produzione di due tonnellate di grano” (Regione Puglia, Autorità Ambientale, P.O.R. 2000-2006, “Golf e ambiente”, 2003: http://93.63.84.69/ecologia/Documenti/GestioneDocumentale/Documenti/Ecologia/AutoritaAmbientale/Report/ECO_REP_AA_04_Golf_Ambiente.pdf). Quindi quasi 5 volte tanto quanto da lei sostenuto. Riguardo i fertilizzanti vi sono opinioni anche diverse dalle sue, come si può vedere in una delle tante analisi di settore provenienti da stessi Soggetti proponenti campi da golf (es. http://www.provincia.grosseto.it/territorio/tgr2003/bacheca/workinprogress/so_p_1a.pdf):Unità fertilizzanti in kg/haElemento nutritivoMaisSoiaBietolaCampo golfAzoto300 / 3500 / 60130 / 150100 / 180Fosforo140 / 18060 / 80200 / 25040 / 60Potassio140 / 18060 / 80200 / 250120 / 180TOTALE580 / 710120 / 220530 / 650260 / 420. In definitiva, nessuno di noi ha interesse e voglia di inventare dati di alcun genere e se volesse inviarci un suo intervento in proposito – o una sua pubblicazione in tema – saremmo ben felici di darle su questo blog tutto lo spazio necessario.


“Risposta di Paolo Croce – 17 febbraio 2012”

Mi spiace, ma continuo assolutamente a non essere d’accordo. Le obiezioni che vengono mosse non sono dati scientifici, ma semplici articoli di giornali, pareri personali e/o, peggio ancora, frasi buttate a caso da personaggi ben noti per la loro totale avversione al golf in genere. Vediamo di ricapitolare perché mi sembra che ci sia una grande confusione, e scusatemi in anticipo se vi sembrerò un solone che vuole solo bacchettare il prossimo. Però mi occupo di golf da sempre e da sempre ho a cuore l’ambiente. Non posso pertanto accettare tesi che non siano sostenute da valide argomentazioni tecnico – scientifiche. In linea generale occorre dire che l’informazione, giornalisticamente parlando, si fa andando alla fonte delle notizie e non riportando delle frasi a loro volta riportate e a loro volta riportate. In secondo luogo se parliamo di ambiente dobbiamo essere assai cauti nella scelta delle fonti. Queste devono essere autorevoli, indipendenti e possibilmente provenire da tecnici del ramo. Andiamo con ordine: 1) Analisi degli studenti e del Prof. V. Bettini a Is Arenas. Non conosco il Prof. Bettini, ne sue pubblicazioni scientifiche in materia di tappeti erbosi. Comunque quello che hanno riportato in merito alla pubblicazione dell’Ecology Unit dell’EGA (di cui ripeto ho fatto parte) è falso. 2) Consumi idrici. La pubblicazione del Corriere, così come quella di ecoturismo e della Repubblica ecc, ecc, sono semplici articoli di colore. Non c’è alcun dato verificabile ne alcun approccio scientifico alla materia. Giusto così perché appunto si tratta di giornalismo. Però i dati sono trite e ritrite ripetizioni di frasi presenti da parecchi anni nel sito antigolf di Andrea Atzori (2.000 mc/giorni, stesso quantitativo di un paese con 8.000 abitanti…ecc.ecc). Viene citata l’EGA, cioè l’associazione europea di golf come fonte di origine di tali dati. Provate a collegarvi al sito di questo ente e scoprirete che di tali sciocchezze ovviamente non parla. E veniamo al caso Atzori, sostenitore e creatore del sitoweb Antigolf in versione italiana. Egli si definisce un semplice ambientalista sardo. Credo sia lo stesso Atzori, giornalista free lance e laureato in Scienze politiche. Da quello che capisco non ha alcuna competenza in materia di tappeti erbosi, ma soprattutto da anni taglia e incolla le stesse fantomatiche frasi, ascrivibili a suo dire all’EGA, che hanno popolato tutti i siti web ambientalisti, anche i più seri. Questo non solo non è fare ambientalismo, ma soprattutto è fare giornalismo di bassa lega. La pubblicazione della Regione Puglia non presenta alcun dato scientifico: è una semplice broshure promozionale che riporta dati e considerazioni molto indicative. Fa riferimento ad esempio a presunti dati di provenienza Federgolf che citano consumi irrigui pari a circa 100.000 mc anno con punte nei due estivi di 24/25.000 mc/mese. E questo tutto sommato direi che è corretto. Peraltro all’epoca della pubblicazione ero ancora consulente Federgolf e quasi certamente fui io a fornire le informazioni. Poi si afferma che tali incrementi estivi possono incrementare del 50/60 % arrivando a consumi mensili (nei due mesi di picco) di 40.000 mc. Sono naturalmente ipotesi, prive di riscontro tecnico, ma anche fossero vere interessano i soli due mesi in esame ed eventualmente porterebbero il totale annuo a circa 130.000 mc. La vostra conclusione che la pubblicaazione afferma che il quantitativo è pari a 5 volte quanto da me sostenuto, è frutto di un malizioso calcolo di 40.000 x 12 = 480.000 mc/anno. In pratica si sottointende che si irriga al massimo picco estivo anche in novembre, dicembre, gennaio, febbraio, ecc. Quindi chi scrive queste cose o è un incapace oppure intende tendenziosamente screditare il tappeto erboso. Di nuovo poi l’accostamento subliminale al famoso consumo giornaliero di una popolazione di 8.000 abitanti. A me risulta che l’acqua consumata da una popolazione sia essenzialmente acqua potabile, per cui quando si fa questo falso accostamento tra consumi idrici di un percorso di golf (che non usa acqua potabile) e fabbisogno idrico di un paese di 8.000 abitanti, si miri a sottolineare come il golf possa entrare in competizione con la popolazione per le risorse di questo bene primario. Ma questo è fare ambientalismo o piuttosto terrorismo ideologico? 3) La pubblicazione della provincia di Grosseto. Fulvio Bani, estensore della relazione citata è progettista di percorsi di golf. Ovviamente ha tutte le libertà di questo mondo per avere opinioni diverse dalle mie. Però attenzione io cito dati reali, pubblicati su riviste scientifiche o atti di conferenze scientifiche, non cito le mie opinioni. Non si fa corretta informazione ambientale solo citando opinioni, anche perché potrei ad esempio citare solo le opinioni di coloro che sono più vicini al mio pensiero e alla mia visione ambientalista. Peraltro poi i dati forniti da Bani (che ripeto non sono pubblicati) non mi sembrano così incompatibili con quanto abbiamo scritto sinora. Accolgo con piacere la vs proposta e, tempo permettendo, spero di poter esservi utile in qualche modo. Scusate la prolissità. Paolo Croce.


“Risposta del Gruppo di Intervento Giuridico – 17 febbraio 2012”

C’è sicuramente un equivoco di fondo: questo non è un giornale, è un blog. E’ un blog che ha carattere divulgativo, non è una rivista scientifica, seppure può trovarvi riferimenti a pubblicazioni di carattere scientifico (ben evidenziati, nel caso). Il Corriere della Sera, La Repubblica ci risulta siano quotidiani autorevoli, sebbene non siano infallibili. Così come – in questa sede – possiamo anche sentire la “campana” di Andrea Atzori, giornalista ambientalista che da anni segue il problema. La pubblicazione della Regione Puglia è un documento ufficiale rientrante nella programmazione P.O.R. 2000-2006, non una “brochure promozionale”. E contiene testualmente i dati qui riportati. Nel progetto LIFE P.H.A.R.O.S. (http://www.lifepharos.it/ambiente/sistemi/Indicatori_golf.pdf) si parla di più di 2.000 mc. di acqua/anno per ettaro verificati nei campi da golf partners del progetto. Nell’articolo “Acqua per il golf? Quanta?” (http://www.sardegnademocratica.it/ambiente/acqua-per-il-golf-quanta-1.23362) si individuano quantitativi superiori, con dovizia di citazioni scientifiche. Come vede, le cose non sono così univoche. Naturalmente l’invito per un articolo è sempre valido!


“Risposta di Paolo Croce – 18 febbraio 2012”

Va beh mi arrendo…Non c’è verso di comunicare sulla stessa lunghezza d’onda. Evidentemente non ho il pregio di essere chiaro e di farmi capire. Faccio un ultimo tentativo 1) Corriere e Repubblica (quest’ultima la seguo da quando è stata fondata) sono certamente fogli autorevoli. Quando però si entra nei discorsi tecnici, ma in particolar modo in materia di tappeti erbosi, risulta che i giornalisti siano completamente (e direi nello specifico anche giustamente) estranei all’argomento. Rimediano in vari modi, i più telefonano a persone che ritengono li possano mettere sulla giusta strada, sfruttando i loro dati e le loro informazioni. Nel caso specifico però hanno riportato per l’ennesima volta frasi che Atzori ha pubblicato sul suo sito Antigolf (quindi certamente di parte ) diversi anni fa e che sono frutto nel migliore dei casi di disinformazione più totale e nel peggiore di faziosità asservita a fini non meglio identificati. Qui le opinioni c’entrano poco (potreste stupirvi se conosceste le mie…) quello di cui stiamo discutendo sono fatti, dati, informazioni incontrovertibili. Da giornalista pubblicista quale sono stato anche io, ricordo una massima:” …i fatti separati dalle opinioni”. Bene quindi parliamo per favore di fatti e non di opinioni. 2) Non è una mia opinione, ma un dato reale per la ricerca in Italia e nel mondo che una pubblicazione scientifica è un atto di un convegno, un articolo di una rivista scientifica del settore (ad esempio certamente non l’Informatore agrario, Gardenia e neanche Acer, tanto per intenderci). Così come del resto non lo possono essere i vari blog sul mondo di Internet, che svolgono un importantissimo compito divulgativo (sempre che divulghino dati e non opinioni). Non lo sono certamente documenti della Regione Puglia (realizzati appunto prendendo informazioni telefoniche dalla Federgolf), nè progetti Pharos relazionati da società private che fungono da consulenti (la S.I.G.E. In questo caso). In nessuna e dico nessuna delle fonti che avete citato stiamo parlando di dati scientifici. 3) Nello specifico il documento della Regione Puglia, sarà anche ufficiale, chi lo nega, ma è certamente assimilabile in larga parte ad una brochure promozionale. Ciò non toglie che i pochi dati tecnici che contiene (quelli ad esempio relativi ai consumi idrici) siano essenzialmente veritieri. Dati che però non avete riportato correttamente come ho cercato di spiegare nel mio intervento precedente, sul quale mi sembra sia inutile tornare. Dove la pubblicazione si trasforma in brochure è quando cita la frase del sito antigolf: “E’ interessante rilevare che la quantità d’acqua che mediamente serve per irrigare un campo da golf in una giornata estiva rappresenti l’equivalente del fabbisogno di un paese di 8.000 abitanti, nonché l’equivalente per la produzione di 2 tonnellate di grano.” Qui appunto la fonte originaria è il sito antigolf, quanto di più lontano esista da una pubblicazione scientifica. Continuo inoltre a far rilevare che questo accostamento renderebbe implicito un uso irriguo di acqua potabile in un percorso di golf. Se così non fosse non avrebbe senso il confronto con il fabbisogno di una popolazione, nella cui rete idrica urbana scorre acqua potabile per quanto ne so. Se proprio volessimo essere rigorosi e fare davvero un confronto serio, allora potremmo comparare i consumi idrici complessivi di una popolazione di 8.000 abitanti (e quindi non solo gli usi civici di acqua potabile, ma quelli complessivi) con quelli di un percorso di golf a 18 buche. In tal caso uno studio del S.E.R.I. (Suitable Europe Research Institute) che il gruppo Amici della Terra dovrebbe conoscere bene, e che ha per titolo:” Quant’acqua sfruttiamo” afferma che il consumo pro capite in Europa è calcolabile in circa 1,5 mc/giorno. Moltiplicando tale dato x 8.000 otteniamo 12.000 mc/giorno. Mi sembra comunque assai distante (sei volte di più) anche dai “famigerati” e inveritieri 2.000 mc/giorno di cui Atzori si fa profeta. L’accostamento poi alle 2 tonnellate di grano non so cosa significhi. Risulterebbe ad esempio che per produrre un paio di scarpe occorrano 8 mc di acqua e allora? L’importante sarebbe, a mio modesto avviso che per entrambe le produzioni non si usi acqua potabile e si adottino le più idonee tecniche produttive per ridurre l’incidenza dell’acqua nel processo produttivo. 4) Progetto LIFE PHAROS. Nel testo è chiaramente esplicitato che i riferimenti per le linee guida del progetto in relazione ai consumi idrici sono di provenienza Federgolf : 1082 / 1.462 mc/ha/anno (1994), Università di Bologna : 1.538 mc/ha/anno (1999), portati poi, chissà perché a 2.000 mc/ha/anno per i circoli liguri. Quindi anche questa pubblicazione che avete portato a sostegno delle vs tesi afferma una cosa decisamente diversa rispetto ai 2.000 mc/giorno citati. 5) Testo di Sardegna democratica. Affermate che nel testo vi è dovizia di citazioni scientifiche. Scusate ma dove? Vengono per l’ennesima volta citati i vecchi dati federali (1994) di cui sopra, il progetto Life Pharos di cui sopra, l’Università di Bologna (1999) di cui sopra, il documento della Regione Puglia (2003) di cui sopra. Insomma una continua autoreferenziazione, senza che se ne esca da questo circolo vizioso. Poi abbiamo la comunicazione orale del Prof. Aru, che, essendo orale, io non conosco e che comunque per quanto rispettabilissima non può essere intesa come una pubblicazione scientifica. Se poi vado a leggere ulteriormente il professore affermerebbe che il fabbisogno idrico annuale di un percorso di golf si attesterebbe in Sardegna a 15.000 mc/ha/anno. Le frasi successive, non credo però (almeno lo spero…) ascrivibili al professore, bensì a Sergio Vacca, estensore dell’articolo, sono poi parole in assoluta libertà e si arriva a concludere che un percorso di golf di 50 / 70 ha consumerebbe tra i 750.000 mc/anno e i 1.050.000 mc/anno. Qui siamo alla follia. Posso solo sperare che il tutto sia frutto di scarsa conoscenza del tappeto erboso, piuttosto che di faziosità manifesta. Avete ragione le cose non sono univoche, però basterebbe anche solo un po’ di buona volontà per cercare di arginare la dovizie di opinioni e separarla dai fatti che sono ben altra cosa. Dico questo perché, soprattutto in questo periodo di profonda crisi economica, non si debba rinunciare ad una possibile importante risorsa per il turismo e per lo stesso ambiente, sardo e non, quale potrebbe essere il golf. Questo sport non è il diavolo dipinto da Atzori, ma uno dei tanti possibili strumenti di sviluppo ecosostenibile di tanti territori della ns penisola. Certo occorre avere le antenne dritte, vigilare su quanto viene proposto (assurda ad esempio la legge regionale sarda sul golf…), ragionare sul modello di sviluppo, e tanto altro ancora. Parafrasando quanto viene detto della scienza, della tecnica o della stessa televisione, il golf non è di destra ne’ di sinistra, ne buono nè cattivo, tutto dipende dall’uso che se ne fa. Per me rappresenta una opportunità importante per uno sviluppo ecosostenibile. Chi si occupa di divulgazione in campo ambientale non può non tenerne conto. Scusate ancora una volta la prolissità. Prometto di non intervenire più. Un saluto. Paolo Croce


“Risposta del Gruppo di Intervento Giuridico – 18 febbraio 2012”

Gent.mo Paolo Croce, siamo con lei quando afferma che il golf non è di destra nè di sinistra, nè buono nè cattivo. Qui in Sardegna – con la legge regionale che lo riguarda – è stato utilizzato per “veicolo” per speculazioni immobiliari prossime venture e siamo particolarmente felici d’aver contribuito nel nostro piccolo all’impugnativa davanti alla Corte costituzionale da parte del Governo. In questo articolo – di carattere divulgativo e non scientifico – abbiamo riportato vari dati. Come ha verificato anche lei, non vi è univocità. E sono in tanti a evidenziare consumi idrici e utilizzo di erbicidi, ecc. per la cura dei campi da golf. In Scozia (http://translate.google.it/translate?hl=it&langpair=en%7Cit&u=http://en.wikipedia.org/wiki/Climate_of_Scotland) la piovosità media annua varia fra un minimo di 466-660 mm. (alcuni punti della costa orientale) e 4.577 mm. (Highlands occidentali), mentre in Sardegna abbiamo una media intorno a 4-500 mm. annui lungo le coste, dove si vorrebbero ubicare i poli golfistici. C’è una bella differenza. In ogni caso, il consumo idrico è ben superiore. E non abbiamo mai parlato di acqua potabile. Confermiamo la disponibilità per accogliere un suo articolo in proposito. Può inviarlo a grigsardegna5@gmail.com. Buona serata.


“Risposta di Paolo Croce – 19 febbraio 2012”

Già non ho mantenuto la promessa. Grazie della disponibilità, ci penserò. Però fatemi almeno sapere se condividete l’impostazione di fondo. Continuate a dirmi che sono tanti a evidenziare consumi idrici, utilizzo di erbicidi, ecc. Ma questi tanti sono documentati? O dicono e scrivono queste cose perché il sistema informativo quando si parla di golf e ambiente è unilaterale? Nella realtà della documentazione che mi avete sottoposto, vi sono degli evidenti falsi (riferimenti al documento dell’Ecology Unit e di non precisate fonti EGA), dei dati grosso modo condivisibili, ma chissà perché riportati in maniera del tutto diversa tanto da alterarne il significato in senso opposto, ed infine frasi (sono frasi e non dati…) che provengono dal sito Antigolf di Atzori. Ho provato in tre interventi a documentarvi il fatto, ma evidentemente non riesco a trovare le corde giuste. Più di così non so cosa altro io vi possa dimostrare. Siamo o no d’accordo che sono state dette e scritte delle sciocchezze? Se non chiariamo questo non abbiamo molti elementi di discussione. Anche per quanto riguarda l’ennesima affermazione che non avete parlato di acqua potabile, mi sembra di non avere eluso il tema e di avere affrontato l’argomento con dovizia di particolari. Se ancora questo non basta per essere chiari… Insomma mi sembra che il concetto sia che, avendo trovato una frase che in qualche modo accompagna l’idea aprioristica che mi sono fatto del golf, allora la ripeto in tutte le salse, sordo ad ogni tentativo di confutazione, anche quando la difesa della frase diventa un evidente arrampicamento sugli specchi. Mi spiace, ma io ho un altro modo di confrontarmi con il mio prossimo. Ho ad esempio l’abitudine di documentarmi sulle cose che faccio e scrivo, anche grazie al fatto che studio il tappeto erboso da oltre trenta anni, uno dei primissimi in Italia. In più ho la fortuna di avere una visione “laica” del tema e quindi non difendo, nè sposo alcuna tesi aprioristicamente. Guardate che so bene cosa accade in Scozia e altrettanto bene cosa accade in Sardegna, avendo lavorato in entrambi i luoghi. Tanto per farvi un esempio la Cynodon dactylon, la comune gramigna dei campi, sappiamo che resiste ad oltre 150 giorni di assoluta siccità. Questa erba è sconosciuta in Scozia, ma ovviamente iper diffusa in Sardegna, quindi è ovvio che una struttura golfistica in Sardegna sarà totalmente diversa, per costruzione, manutenzione e gestione, da una realizzata in Scozia. Mi sembra che l’esempio che mi viene sottoposto sia assolutamente irrilevante e non ricevibile. Mi ripeto, ma il golf può essere uno strumento importante per uno sviluppo del territorio sotto il profilo della ecosostenibilità. Tutto sta a capire come, dove e quando deve essere realizzato ed inoltre da chi, con quali capitali e con quali scopi. Tanto per farvi un altro esempio di cui spero siate a conoscenza, l’agricoltura intensiva pone problematiche ambientali enormemente superiori a quelle di un percorso di golf ben realizzato e ben gestito. Come voi scrivete la legge regionale sarda sul golf può essere un utile grimaldello per una speculazione edilizia di vasta portata. Ma qui purtroppo il golf non c’entra nulla, non sarebbe certo il golf a deturpare il paesaggio e l’ambiente (anche qui ovviamente sempre entro certi limiti…), ma la prevista colata di cemento dei palazzinari di turno. Eppure sui media si parla solo del golf e del suo presunto consumo idrico, fitofarmaci, ecc. E’ un po’ come, volendo contestare la edificazione di un nuovo quartiere, che so, al di là del raccordo anulare di Roma, si punti il dito sui giardini dei palazzi invece che sui palazzi stessi. Insomma una prevenzione ideologica (golf solo per ricchi, circoli esclusivi, presunti danni ambientali, ecc) impedisce a molti di avere una visione a 360 gradi della problematica e questo purtroppo non è sintomo di grande apertura mentale, per non dire altro.Naturalmente non voglio avere ragione a tutti i costi, come forse potrebbe sembrare dalla passione con cui interloquisco con voi, credo nel dialogo e nel ragionamento, e quindi ben vengano queste discussioni. Però appunto ho bisogno di uno o meglio più interlocutori e non di un muro di gomma sul quale far rimbalzare l’evidenza dei fatti. Quindi sono certamente ben disposto ad aprire un dialogo, fornire informazioni quando richieste, condurre eventualmente proposte comuni se questo può aiutare la causa della difesa dell’ambiente, ma quando si dialoga occorre essere ricettivi delle idee altrui, comprendere le ragioni delle argomentazioni che ci vengono sottoposte, altrimenti è un dialogo monocorde. Se il vs gruppo è disposto a confrontarsi senza preconcetti, idee aprioristiche, chiusure mentali sono della partita, altrimenti scusate l’intrusione e torno al mio lavoro. Buonanotte ormai, in fondo meglio passare il tempo così che con il Sanremo televisivo…Paolo Croce


“Risposta del Gruppo di Intervento Giuridico – 19 febbraio 2012”

Comprendiamo benissimo la differenza fra speculazione immobiliare e golf e non abbiamo alcun preconcetto, in questa e nelle altre tematiche attinenti all’ambiente. Ci mandi il suo contributo, saremo felici di pubblicarlo. Buona giornata.

Foto Is Arenas.JPG Il percorso di golf di Is Arenas in provincia di Oristano




Impiego di macchinari sperimentali per ottimizzare la conversione di tappeto a fairway di essenze microterme con essenze di Bermuda. Prove parcellari condotte presso il Ce.R.T.E.S. (Centro Ricerche Tappeti Erbosi Sportivi) dell'Università di Pisa.
a cura di Paolo Croce

Recentemente (19 luglio 2012) sono state condotte presso la sede del Ce.R.T.E.S. dell'Università di Pisa alcune prove di campo di macchinari sperimentali atti a rendere più efficaci le operazioni di riconversione dei tappeti erbosi da essenze microterme ad essenze macroterme.
Essenzialmente i macchinari provati sono stati tre:

Traseminatrice pneumatica.
Tale macchinario (vedere figura 1) a regolazione elettronica e a sistema di trasmissione pneumatico, permette di ottimizzare la tempistica di trapianto (minori tempi richiesti), di regolarizzare la distribuzione delle piantine pre radicate, di risparmiare sulla manodopera (necessari solo 2 operatori rispetto ai 6 necessari in precedenza) e conseguentemente sui costi di impianto. Probabilmente il macchinario sarà operativo a partire dalla prossima primavera.

8ab_1 Trapiantatrice elettro pneumatica




Piro diserbatrice.

Tale macchinario (vedere figura 2) è costituito da una bombola di GPL, che attraverso opportune valvole e tubazioni, conduce il gas ai bruciatori/ugelli. Qui avviene la combustione e la conseguente bruciatura del tappeto sottostante. La macchina consente, grazie ad una regolazione della dose di GPL da applicare, di intervenire in modo differenziato sul diserbo del tappeto pre esistente. L'interesse del macchinario consiste nella sua sostenibilità ambientale (nessun fitofarmaco erbicida per effettuare l'operazione) ed in particolare nella possibilità di abbinarla alla macchina della figura 1 per poter ottenere una conversione del tappeto senza impiego di fitofarmaci e senza distruggere del tutto il tappeto pre esistente consentendo pertanto il gioco ed evitando la chiusura del percorso. La piro diserbatrice potrebbe avere un certo impiego già a partire dalla prossima primavera, mentre la macchina combinata diserbatrice/trapiantatrice è ancora in fase progettuale e non potrà probabilmente venire alla luce prima del 2014.

8ab_2 Piro diserbatrice.




Vaporizzatrice

Trattasi di un macchinario che eradica il tappeto pre esistente a mezzo vapore (vedere figura 3). Ottima efficacia, ma non utilizzabile per operazioni di riconversione del tappeto erboso.

8ab_3 Vaporizzatrice.
Aprile 2013 - In ricordo di Mauro Salvi
Da parecchi anni si era allontanato dal mondo del golf. Una volta in pensione aveva preferito dedicarsi al suo hobby, il radioamatore, piuttosto che vivere ai margini di quei campi che lo hanno visto per almeno tre decenni, tra gli assoluti protagonisti. Mauro Salvi ci ha lasciato e probabilmente, per i motivi di cui sopra, per molti dei colleghi più giovani il suo nome non evoca ricordi particolari. Troppo schivo, troppo "ligure" nella sua naturale ritrosia ad ergersi protagonista e primattore, perchè al suo nome sia associata fama e notorietà. Persona semplice e di grande umanità Mauro ha attraversato, all'apice della sua carriera, un periodo professionale quanto mai stimolante e pieno di grandi speranze. Fu infatti proprio grazie a lui e a pochi altri valenti colleghi "anziani"del periodo, che la Sezione Tappeti Erbosi della Scuola Nazionale di Golf ricevette la piena legittimazione, avendo il privilegio di accoglierlo tra i suoi allievi. Proprio nel momento di massimo fulgore professionale infatti, Salvi si mise nuovamente in gioco, e lui, che fungeva da docente per i corsi segretari, accettò con grande umiltà di tornare a sua volta studente per seguire i corsi che lo portarono al diploma di Superintendent. Per Francesco Modestini e per il sottoscritto, giovani docenti di tali corsi, questo non solo fu un grande onore, ma soprattutto la dimostrazione di una grande disponibilità e di una amicizia che si consolidò nel corso degli anni. Grazie a Mauro e a pochi altri suoi valenti coetanei, capaci di mettersi in gioco al top della carriera, la Scuola Nazionale di Golf ebbe modo di vincere le pur comprensibili diffidenze dei Greenkeepers dell'epoca e di iniziare a svolgere la sua fondamentale funzione di formazione tecnica, a quei tempi prima in Europa e seconda nel mondo. Mauro Salvi non aveva grande dimestichezza con l'inglese, eppure, ben prima della Scuola , aveva già realizzato che nel nostro settore occorreva guardare oltre atlantico, agli Stati Uniti, per tutto ciò che poteva riguardare il golf e la manutenzione dei percorsi. Per il golf italiano degli anni settanta, prono alla cultura del turf di stampo britannico questo rappresentava quasi una eresia. Ma Salvi, da persona di grande intelligenza quale era, aveva già compreso che solo chi condivideva con noi la grande varietà di situazioni climatiche, di tipologie di suolo, di essenze da tappeto erboso, di infestanti, di malattie, di insetti, poteva, dall'alto di una esperienza di ricerca cinquantennale, fungere da guida e da mentore per tutti i paesi con situazioni analoghe. Fu così che Mauro, in periodi in cui Internet, e mail e fax erano solo un futuro prossimo venturo tutto da immaginare, si ingegnava nel procurarsi libri e testi dagli States, trovava volontari che lo aiutassero nelle traduzioni, fotocopiava i testi in italiano e riversava queste conoscenze, arricchite dalle sue proprie esperienze, sul percorso di Garlenda. Ma l'applicazione di tali tecniche non avveniva mai pedissequamente e acriticamente, Mauro infatti sperimentava in proprio, testava in parcella quanto leggeva prima di effettuare l'intervento a pieno campo. E solo a risultati soddisfacenti ottenuti, faceva di questa nuova tecnica una operazione di ordinaria manutenzione. Da questa sua passione, oltre che dalla sua innata cortesia e disponibilità, la nascita di una forte simpatia, e di una grande stima reciproca. Il periodo dei corsi segretari a Garlenda, a metà degli anni 80, ci ha avvicinato e fatto conoscere meglio, limato spigoli caratteriali di entrambi e facilitato l'assunzione di metodologie comuni e la divulgazione di nuove e più efficaci pratiche manutentive. Già perché Salvi di Garlenda, è stato il primo violino, così come Gianfranco Costa il Direttore d'orchestra, insieme i due sono stati parte integrante della recente storia del golf, e se Gianfranco ha ricoperto la carica di Presidente AITG per decenni, non possiamo dimenticare l'analogo incarico di Consigliere della Associazione che Mauro ha svolto con la consueta competenza e dedizione. Ci mancherà e mancherà soprattutto a molti dei suoi colleghi che per tanti anni lo hanno avuto accanto, presenza silenziosa e competente.

Salvi.jpg Mauro Salvi a Garlenda nel 1989 con i suoi allievi del 4° Corso Segretari
U.S.G.A. System per la costruzione dei greens: un sistema "democratico"
a cura di Paolo Croce

Nel primo dopoguerra del secolo scorso i greens dei percorsi di golf, ma anche quelli dei campi sportivi, erano generalmente costituiti da suolo naturale, i materiali provenienti da depositi di prelievo quanto più vicini possibile alla zona di costruzione (oggi si direbbe a km 0) ed il comune denominatore era la quasi totale assenza di impianti di irrigazione. Proprio questa ragione spingeva i più ad utilizzare suoli e substrati tendenzialmente a tessitura fine, con buona base argillo – limosa, al fine di trattenere meglio l'umidità e le precipitazioni atmosferiche a livello della zona dell'apparato radicale. Del resto, il problema di una eccessiva pressione esercitata dal traffico su quelle superfici e il conseguente potenziale rischio di compattazione non si poneva, in quanto la frequentazione di campi da golf e campi sportivi era piuttosto blanda ed il cosiddetto boom economico era molto di là da venire.

Negli States, che pure cominciavano a darsi una struttura di ricerca organizzata, grazie agli sforzi congiunti della locale Federazione (la Green Section della U.S.G.A. fu creata nel 1920) e della associazione di categoria dei Superintendents denominata allora NAGA (National Association of Greenkeepers of America, creata nel 1926), e successivamente divenuta GCSAA (Golf Course Superintendents Association of America) la situazione era grosso modo simile. Il golf ebbe una prima spinta promozionale a seguito della introduzione delle palline di materiale plastico gommoso, in luogo della tradizionale guttaperca intorno al 1902, ed una seconda di grande entità nel 1913, quando uno sconosciuto caddie ventunenne, tale Francis Ouimet, si prese l'inimmaginabile soddisfazione di vincere lo U.S. Open Championship, battendo nientemeno che il grande Harry Vardon, idolo dei britannici dell'epoca. Questa vittoria fece comprendere a molti americani che in fondo il golf poteva essere un gioco piacevole ed affascinante se persino un dilettante di nessuna esperienza poteva ambire all'olimpo degli allori superando i più famosi professionisti del momento. Solo 17 anni dopo, nel 1930, Robert Tyre Jones Junior, in seguito universalmente conosciuto come Bobby Jones, diventò un mito vivente conquistando il grande slam dopo essersi aggiudicato i due principali titoli statunitensi e britannici, ed appendendo la sacca al chiodo alla tenera età di 28 anni. Che poi subito dopo progettò e fondò l'Augusta National Golf Club in Georgia, è parte di un altra avvincente storia.

Con Bobby Jones il golf divenne negli States una sport di massa e popolare già a cavallo delle due guerre, per poi assumere i contorni di sport nazionale a partire dagli anni 50 del secolo scorso. Questo successo di frequentazione però ebbe come lascito negativo un eccesso di traffico sulle superfici dei greens, a quel punto costituite da materiali non più idonei a tollerare tale aumento di potenziale di compattazione. Fu così che a metà degli anni 50' l'USGA finanziò una serie di ricerche per arrivare a definire la tecnologia ideale per la costruzione dei substrati. Una joint venture fra il proprio centro di Beltsville (Maryland) con le tre più importanti Università di Scienze agrarie degli USA (Okhlaoma State University, Texas A & M University e U.C.L.A. (University of California at Los Angeles) venne rapidamente approntata al fine di pervenire al più presto al risultato voluto. Le cose però non furono così semplici e per qualche anno questo agglomerato di cervelli agronomici non fornì soddisfacenti esiti. Ci volle uno scienziato esterno, il Prof. Walter Gardner della Washington State University, a produrre la scintilla gusta. In un suo celebre esperimento del 1957, egli scoprì, e poi divulgò attraverso un filmato, i movimenti dell'acqua lungo un profilo di suolo. Si dimostrò infatti come l’acqua, non passava da uno strato a tessitura fine ad uno a tessitura più grossolana fino a quando lo strato più fine non era giunto a saturazione e la forza di gravità non avesse preso il sopravvento. Questo semplice, ma fino ad allora sconosciuto postulato, permise agli scienziati della join venture di approfondire meglio i propri studi e finalmente nel 1960 i fisici del suolo Bloodworth e Page, della Texas A & M University, ebbero la felice intuizione e misero a punto il sistema di costruzione dei greens denominato Texas /USGA Method, in seguito diventato semplicemente USGA System.

Da allora il sistema si è diffuso in tutto il mondo e nel processo di aggiornamento delle tecnologie (occorre infatti ricordare che ulteriori modifiche sono state apportate nel 1973, nel 1982, nel 1993 e nel 2004) sono stati democraticamente coinvolti scienziati di tutto il mondo. E che lo USGA System sia una tecnologia "democratica" disponibile per chiunque voglia utilizzarla lo sta a dimostrare l'assenza di brevetti, ed il fatto che abbia garantito sempre tutti i medesimi positivi risultati, ovunque al mondo sia stata testata, in ogni condizione climatica e con qualsiasi tipologia di essenza da tappeto erboso impiegata.

Detto questo ci si aspetterebbe che i greens dei percorsi di golf realizzati a partire dagli anni 60' siano stati tutti realizzati adottando tale tecnologia. Ebbene non è stato così. Negli States, e nei paesi golfisticamente evoluti, l'USGA System è metodo utilizzato, ma non così massicciamente come sarebbe stato lecito attendersi. In Italia poi le realizzazioni con tale metodo, si possono realmente contare sulle dita di una mano, a dispetto di una buona maggioranza di addetti ai lavori (dai Presidenti dei circoli, ai progettisti, ai costruttori, fino a greenkeepers) che indicano quasi sempre l'USGA System come la tecnica di riferimento per la costruzione dei greens. Ciò avviene in quanto, probabilmente inconsapevolmente, si ritiene che un qualsiasi substrato da green, purché realizzato attraverso una stratificazione che comprenda uno strato di ghiaietto e di top soil di adeguato spessore, sia da considerarsi USGA System o quantomeno un sistema analogo. Questa costruzione mentale, ancora oggi piuttosto difficile da scardinare, si basa ovviamente su falsi presupposti e su non corrette tesi. Lo USGA System è da considerarsi, sulla base delle attuali conoscenze tecnologiche del tappeto erboso, il miglior sistema in assoluto di costruzione dei greens. Esso è in grado di offrire il miglior habitat possibile per un sano sviluppo dell'apparato radicale del tappeto, sotto qualsiasi condizione climatica. Come scritto non è un sistema brevettato e quindi chiunque può assumere informazioni sullo stesso. E' sufficiente cliccare sul sito www.usga.org e poi entrare prima nella sezione course care, poi green section, per avere tutte le informazioni sul sistema. Si apprenderà allora che solo un laboratorio autorizzato dall'USGA può certificare se il sistema proposto, sia o meno, da ritenersi USGA. Nella pratica quando dobbiamo realizzare un green con lo USGA System dobbiamo:

1. Prelevare presso una o più cave, una serie di campioni di ghiaietto aventi forma delle particelle spigolosa e con diametro grosso modo compreso fra i 4 e i 10 mm.

2. Prelevare allo stesso modo una serie di campioni di sabbia silicea, aventi forma delle particelle spigolosa e diametro compreso grosso modo tra 0,25 e 1 mm.

3. Prelevare campioni di sostanza ammendante (es. torba) che abbiano contenuto di sostanza organica superiore al 85 / 90 %, che non presentino metalli pesanti, e che risultino ben sminuzzati e facilmente miscelabili.

4. Inviare i campioni selezionati presso un laboratorio autorizzato USGA (elenco nella sezione info / attualità del presente sito) affinché i materiali siano testati secondo i parametri dello USGA System.

5. In caso di valori dei materiali rientranti nei parametri USGA, il laboratorio selezionerà i materiali migliori e fornirà la percentuale del mix di top soil (es. 90 % sabbia e 10 % ammendante organico) che potrà essere utilizzato insieme al quel determinato ghiaietto. La combinazione di quella particolare miscela di top soil e di particolare quel ghiaietto sarà scelta dal laboratorio, che ne certificherà la conformità ai parametri dello USGA System.

6. Predisporre il piano del green e le reti drenanti, secondo le istruzioni dello USGA System.

7. Seguire le rigorose linee guida del sistema per completare il lavoro.

Da quanto sopra esposto ne deriva che l' appartenenza di un materiale piuttosto che di un altro ai parametri USGA, non dipende da noi, ma da un ente certificatore esterno. A noi basterebbe seguire le sue direttive. Nonostante l'assenza di brevetti a cui corrispondere eventuali royalties, nonostante la estrema facilità di realizzazione del sistema stesso, ancora oggi, a circa 50 anni dalla sua originaria messa a punto, sono ancora molto pochi i greens italiani realizzati con tale sistema. L'alibi del maggiore costo, dovuto alla selezione di materiali particolari, poteva forse avere una ragione di essere quando i greens erano realizzati su suolo naturale (in pratica nel ns paese fino alla fine degli anni sessanta), ma da quando si è introdotta la pratica di stratificare ghiaietto e sabbia, non esistono più ragioni valide per non realizzare ogni nuova costruzione di greens con questa metodologia.

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LISTA DEI LABORATORI AUTORIZZATI USGA PER LA CERTIFICAZIONE DELLO USGA SYSTEM
elenco aggiornato al 15 gennaio 2013

Brookside Laboratories Inc. - New Knoxville, Ohio, USA – contatto Jackie Brackman, www.blinc.com

Dakota Analytical Inc – East Grand Forks, Minnesota, USA – contatto Randy Dufault, www.dakotaanalytical.com

European Turfgrass Laboratories Ltd – Stirling, FK7 7RP, UK – contatto Sharon Bruce, www.etl-ltd.com

Hummel & Co – Trumansburg, New York, USA – contatto Norman Hummel, www.hummelandco.com

Hutcheson Technical & Soil Services – Huntsville, ON P1H-1P2, Canada – contatto Richard De Gans, www.hutchesonand.com

Sports Turf Research Insitute – West Yorkshire, BD16 1AU, UK – contatto Christian Spring, www.stri.co.uk

Thomas Turf Services Inc – College Station, Texas, USA – contatto James Thomas, www.thomasturf.com

Tifton Soil Testing Laboratories Inc – Tifton, Georgia, USA – contatto Powell Gaines, www.tiftonsoillab.com

Turf Diagnostic and Design – Linwood, Kansas, USA - contatto Duane Otto, www.turfdiag.com